Infezione Helicobacter Pylori

Infezione Helicobacter Pylori : È un’epidemia silenziosa, quasi inconsapevole.
Secondo un recente report, pubblicato su Gastroenterology del dicembre 2017, ben il 56% della popolazione mondiale ha un’infezione da Helicobacter Pylori, il batterio che danneggia lo stomaco, scoperto nel 1983 dall’anatomo-patologo Robin Warren e dal suo allievo Barry J.Marshall (premio Nobel per la medicina 2005). In Italia, quindi, sarebbero quasi 30 milioni le persone contagiate, molte delle quali ignorano di esserlo.
Perché questo insidioso batterio dalla forma elicoidale può restare silente per decenni, per poi provocare sintomi non sempre facilmente riconducibili all’infezione, appena le difese immunitarie si abbassano. Spesso, i disturbi che provoca, vengono scambiati per gastrite da stress, da disordini alimentari o da reflusso gastroesofageo, ritardando una corretta diagnosi.

I segnali rilevatori

«Occorre sospettare un’infezione da Helicobacter Pylori se il paziente riferisce bruciori allo stomaco che si accentuano dopo i pasti, nausea, pancia gonfia, dolori all’altezza dell’ombelico, eruttazione, difficoltà digestive, sonnolenza post-prandiale e senso di pienezza anche quando si consuma un pasto frugale», spiega il professor Dino Vaira, ordinario di medicina interna all’università di Bologna, direttore del Centro per lo studio e la cura dell’ Helicobacter Pylori del Policlinico S.Orsola.

«Per avere la conferma della sua presenza si possono prescrivere due tipi di test diagnostici: quello sulle feci e il cosiddetto Breath test (o “test del respiro”) che analizza l’aria insufflata dal paziente in una provetta. In presenza dell’infezione, infatti, l’enzima ureasi prodotto dal batterio scinde l’urea in ammonio e andride carbonica marcata dall’enzima. Inattendibile è, invece, il test di autodiagnosi su una goccia di sangue ottenuta con il pungidito, venduto in farmacia».

Inoltre, l’Helicobacter può essere riscontrato nel corso di una gastroscopia effettuata per altri motivi (per esempio, per il reflusso acido), in quanto è prassi obbligatoria ricercarne la sua presenza nel campione istologico prelevato.

I quattro stadi del danno gastrico

Anche nella fase asintomatica, l’indesiderato ospite lavora indisturbato, provocando dapprima una forte infiammazione della mucosa gastrica, e successivamente la sua atrofia e la progressiva distruzione delle piccole ghiandole che secernono acido cloridrico, fondamentale per la digestione.

A volte, in questo stadio, può comparire anche l’ulcera gastrica o duodenale, perché il germe, attraverso il piloro, passa nel tratto superiore del duodeno.

«L’ulcera non va sempre vista come una complicanza drammatica perché spinge il paziente ad andare dal medico e a indagare sul fronte Helicobacter», puntualizza il professor Vaira. «Altrimenti potrebbe essere diagnosticato, come spesso avviene, in fase avanzata, quando ha arrecato danni irreversibili. Il terzo stadio dell’infezione, infatti, si definisce metaplasia, un’alterazione precancerosa della parete gastrica. E se il batterio non viene eradicato, il quadro evolve verso la displasia, cioé il cancro allo stomaco. Per questo è importante iniziare subito una terapia di eradicazione, volta non solo a eliminare i fastidiosi disturbi ma a scongiurare lesioni irreparabili».

La terapia sequenziale

Duro a morire con un solo tipo di antibiotico, l’Helicobacter Pylori viene eliminato dallo stomaco grazie alla cosiddetta terapia sequenziale di dieci giorni che associa più molecole farmacologiche.

«Per i primi cinque giorni il paziente deve assumere dell’amoxicillina, associata a un gastroprotettore (pantoprazolo o esomeprazolo) mentre per gli altri cinque giorni deve prendere della claritromicina associata al tinidazolo (un antimicrobico particolarmente efficace contro i batteri anaerobi) e al solito gastroprotettore», spiega il professor Vaira.

«Va, però, precisato, che questa terapia non è efficace per tutti. Se il paziente riferisce di aver preso molti farmaci in vita sua e c’è il sospetto che si sia instaurata un’antibioticoresistenza, è bene fare la gastroscopia con antibiogramma per vedere a quale specifico antibiotico è sensibile. Altrimenti si rischia di assumerli a vuoto, perché totalmente inefficaci. L’antibiogramma, con la ricerca di una terapia mirata, si rende necessario anche quando, al termine della classica cura sequenziale, il test risulta ancora positivo. Segno che il batterio non è stato debellato. In questo caso, una volta identificato l’antibiotico giusto per “quel” paziente, si prescrive il trattamento per 10-12 giorni, con una molecola unica ma sempre accompagnata dal gastroprotettore».

I consigli post-trattamento

Terminata la cura, è importante verificare sempre che il microscopico invasore sia eradicato dallo stomaco. Per questa ragione, circa due mesi dopo la terapia, occorre rifare il Breath test o l’analisi delle feci che devono risultare negativi.

«Inoltre, consiglio di utilizzare per un paio di mesi un complesso multiminerale e vitaminico, per aiutare l’organismo a riprendersi, nonché un’associazione di probiotici in forma microincapsulata, per riequilibrare la flora batterica dell’apparato gastrointestinale, alterata sia dall’infezione sia dalla terapia antibiotica», consiglia il nostro esperto.

«Un recente studio condotto dal dipartimento di scienze mediche e chirurgiche del Policlinico Sant’Orsola di Bologna su 1000 pazienti affetti da Helicobacter dimostra che l’assunzione quotidiana di Bifidobacterium e di Lactobacillum riequilibra il microbiota gastrointestinale. Con grande vantaggio del nostro sistema immunitario, che ricomincia gradualmente a funzionare e a difenderci come prima».

(Fonte:https://www.starbene.it)